Tuesday, January 13, 2015

Il Mare Vasta Che Parla*

Moby Dick non è un romanzo di avventure marinaresche.
Tra le pagine non è rintracciabile una sola descrizione del paesaggio.
Vi sono descritte manovre, pratiche di navigazione e istruzioni di caccia per orientarsi verso un mare che non si vede, che si nasconde, che non si respira: un’iridescenza rarefatta che permane come una nostalgia che non bagna più i piedi.
Non c’è vento, non ci sono orizzonti sconfinati da contemplare. Solo lo spazio per una discesa dentro il bianco.
Volersi spingere a vedere la Balena significa sporgersi oltre il crepaccio di questa mancanza: provando ad attraversarla, dilatandone le maglie e scoprendo che, in quella sottrazione, resta l’eco di isole remote, sommerse e cancellate da ogni mappa. Immagini che ci rapiscono e ci portano via, in un mondo dai contorni liquidi. Come il sonno, che ci cade addosso e ci fa cadere in lui.
Chiedere alla memoria di riaffiorare da questa assenza significa farsi architetti della memoria stessa: ridefinirne le planimetrie, calcolarne la topografia e unirne i punti in una balistica che restituisca tridimensionalità alla scena di un sogno.

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